Il Potere delle Parole
Monday, January 13, 2025
Sunday, January 5, 2025
Allora cosa è Amore?
il battito di due cuori che risuonano insieme,
come un'armonia che sfida il tempo.
È il vento
che abbraccia le onde,
muovendo le maree,
un intreccio di forza e tenerezza.
È camminare insieme,
sotto un temporale,
la promessa silenziosa di non lasciarti mai.
È la danza
silenziosa delle foglie d'autunno,
che si offrono alla terra
perché la vita possa rinascere.
È un sorriso
che parla più di mille parole,
un seme che, nel buio,
attende il calore per germogliare.
L'amore non
si spezza sotto il peso delle difficoltà:
diventa forza, un ponte
verso ciò che sembrava irraggiungibile.
È il cielo
che ogni notte si veste di stelle,
un abbraccio che non chiede nulla.
L'amore è
accogliere senza giudizio,
è la linfa che scorre nei rami della vita,
l'energia che ci spinge a lottare,
a credere e sperare.
E ogni nascita è un'eco d'infinito,
è Amore che prende forma e respiro.
And then what is Love?
the rhythm of two hearts beating as one,
a harmony defying time.
It is the wind embracing the waves,
stirring the tides,
a union of strength and tenderness.
It is walking hand in hand
in a thunderstorm,
a silent promise never to let go.
It is the quiet dance of autumn leaves,
offering themselves to the earth
so that life may bloom again.
It is a smile that speaks louder than a thousand words,
a seed waiting in darkness,
longing for warmth to sprout.
Love does not break under the weight of challenges:
it becomes strength, a bridge
to what once seemed unattainable.
It is the sky dressing itself in stars each night,
an embrace asking for nothing.
Love is acceptance without judgment,
the lifeblood flowing through the branches of life,
the energy urging us to fight,
to believe and hope.
And the birth of a child is a true miracle,
it is Love that takes shape and breath.
Friday, February 9, 2024
Perdita di Identità
Ero una piccolo spiaggia sabbiosa in una vita
precedente. Ero felice
e non mi lamentavo mai anche se l’oceano si prendeva ogni libertà con me -
giocava duro in tutte le stagioni e io sopportavo i suoi schiaffi d’acqua,
ingoiavo la sua furia salata, ammassavo stelle marine e alghe
dietro le spalle rocciose mentre i granchi solleticavano la mia pelle.
Era bello quando le giornate di sole
portavano i bimbi a giocare da me -
Seduti a gambe incrociate, mi trasformavano in castello con torri di
conchiglie e stecchi o mi lisciavano per
giocare a biglie. Una volta mi hanno
dato forma di donna con lunghe gambe, un
volto senza bocca e telline per occhi.
Era ieri o una vita fa quando un cormorano
volò da me e si acquattò
sulla roccia, che una volta segnava il mio limite, emettendo grida
stridule alle mie gambe trascinate dentro al possente oceano.
Sento ancora i fischi del vento, il rimbombo
di un tuono errante
e il galoppo delle onde che stanno portando via il poco di me rimasto.
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Loss of Identity
I was a tiny, sandy beach in a former life. I
loved it,
never complained though the ocean had carte
blanche on me -
he played rough in all seasons, but I endured
water slaps,
swallowed salty rage, stored sea stars, heaped
weeds behind
my rocky shoulders while crabs tickled my
skin.
It was good when sunny days sent children to
play with me.
They sat, cross-legged, and made me into a
castle with stick-towers
and seashells or patted me smooth to play marbles. Once they shaped
me a woman with legs, a face with no mouth,
clams for eyes.
It was yesterday or a life ago when a
cormorant flew and perched
on the rock that used to mark my place, he
shrieked to my sand
legs pulled away and swallowed by him, the
mighty ocean.
I still hear the wind's whistles, the breaking
of errant thundering,
the heavy galloping of waves taking away what
is left of me.
Thursday, May 11, 2023
Il Mondo di Alina
Tuesday, February 28, 2023
Il Mondo di Lily
Avvolta nel suo giaccone a tasche ampie, Lily si
recò in cucina per una veloce colazione prima di incamminarsi per la scuola.
Vedere la madre distesa sul divano, accelerò i battiti del cuore. Dalla bocca
semiaperta usciva un sibilo e un braccio penzolante sfiorava il tappeto. Pensò che sua madre ci era ricascata, si era
stordita di whiskey prima di crollare sul divano. Con cautela, per non
svegliarla, le sistemò le braccia, la coprì con la leggera trapunta e le sfiorò
la fronte con un bacio.
In strada fu accolta dai profumi che impregnavano l’aria, dalla primavera che
stava conquistando il suo spazio nel cielo di Boston. Camminando con le mani
sprofondate nelle tasche, accarezzò i piccoli tesori che passavano da giacche
invernali a quelle primaverili; tesori come il piccolo porta spiccioli con le
iniziali del padre, la loro foto in un ciondolo. Sentirli tra le mani l’aiutava
a proseguire, credere, a donarle quell’espressione sognante con mezzo sorriso e
occhi luminosi. La preoccupazione per la
madre si attenuò. Non beveva più così
spesso, erano episodi dilazionati nel tempo, Lily capiva. Da quando il padre
non era più con loro, la mamma si sentiva svuotata. Un anno era troppo corto
per affrontare la realtà, la solitudine.
Lily aveva superato l’iniziale sconquasso emotivo. Lei vedeva ancora il suo
papà e oggi era un giorno speciale perché avrebbe pranzato con lui nel diner
vicino al parco; lo facevano sempre il mercoledì da quando aveva cinque anni e
ora ne aveva sedici. C’era stata una pausa dolorosa, ma ora era tutto come
prima.
In classe, l’insegnante la richiamò più volte per la
sua presenza solo fisica. Lily sentiva senza ascoltare persa nell’attesa,
nell’eccitazione del suo imminente incontro.
Il suono della campanella la fece balzare dalla sedia; un saluto frettoloso
all’insegnante e agli amici e poi di corsa attraverso il parco per arrivare al
diner per prima. Ma lui era già in attesa e la strinse in un abbraccio che
sapeva di tenerezza, amore, preoccupazione.
Si sedettero nell’angolo più appartato, “lontani dalla pazza folla” citò Lily.
̶ Come va, piccola? Vedo un’ombra nei
tuoi occhi. È per la mamma?
̶ Sì! L’ha fatto ancora, papà, ma non
succede così spesso. Ha ripreso a lavorare e questo è importante. Se solo
potesse vederti…
̶ Lo sai che non è possibile, Lily.
Peggiorerebbe le cose. Tu devi aiutarla ad andare avanti.
̶ E noi, papà, possiamo vederci più
spesso? Io vivo per questi mercoledì. Mi aiutano ad affrontare ogni singolo
giorno, mi danno il coraggio per sostenere la mamma e me stessa.
Vide il volto del padre adombrarsi, come fosse calato un velo di nebbia tra
loro. Nei pochi minuti di silenzio, Lily strinse con forza la loro foto nella tasca
e riuscì a ricacciare le lacrime che pulsavano sotto le palpebre.
̶ Lily, tesoro, ne abbiamo parlato altre
volte. Ci sono difficoltà che devo superare per arrivare al nostro appuntamento;
non sono sicuro di poter continuare con i nostri mercoledì. Sono previsti
spostamenti, obbligatori, allo scadere dell’anno. Più lontano. Non voglio
vedere quell’espressione triste, Lily. Ti prego, sorridi. Se non posso venire,
mi sentirai. Sarò sempre presente per te.
Lily deglutì per far scendere il nodo che sentiva in gola. Temeva il momento,
era spaventata dall’annunciato allontanamento che da qualche tempo s’insinuava
nei loro discorsi.
Parlarono ancora. Meglio dire che Lily lo inondò di parole, progetti, speranze,
mentre
continuava a stringere la foto nel tentativo di traslare i loro volti sulla
pelle.
Con un sussulto, guardò Jenny, la cameriera, che le
stava parlando.
̶ Ciao, Lily. Puntuale come il mercoledì.
La donna sentì un brivido e si girò. Forse era l’aria che proveniva dalla
finestra aperta, pensò. Eppure non c’era un alito di vento.
̶ Allora cosa ti porto, cara?
̶ Il solito: un sandwich al prosciutto,
una coca-cola e una birra analcolica. Grazie
Jenny, ancora una volta, come ogni settimana da mesi, frenò l’istinto di
chiedere perché ordinasse una birra che restava intatta sul tavolo quando la
ragazza se ne andava. Per motivi che non
sapeva spiegare, sentiva che quella domanda avrebbe turbato Lily e infranto
quell’aura misteriosa che la avvolgeva.
Friday, February 10, 2023
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ESCAPE FROM THE FUTURE
written by: Lori Marchesin
Jeanine opened her eyes and took in her surroundings slowly because even the slightest movement caused her excruciating pain as if her bones had been broken. Her eyes began to water as an acrid smell hit her nose.
She had to leave that dark place with its single window because water was dripping slowly but persistently down the crumbling walls, making her shudder. She recognized the smell of pine needles that her moist garments gave out, but she was not in a wood; rather, she was in a painter’s studio. Then a recollection began to emerge from the agony. She had resorted to her buddy Jakub for financial assistance because she needed to get away from her abusive husband, who kicked and punched her day in and day out. She could no longer endure the violence; it was a sign of her demise. Jakub offered to assist her, to give her money to flee in exchange for her posing for a portrait.
What’s up, my friend? Why did you abandon me? She attempted to stand.
She got down on her knees and carefully rose to her feet while making cautious motions and gritting her teeth. She searched everywhere but failed to find the shoes. Jeanine felt she had to leave before terror rendered her helpless as her heart was in her throat and she was stumbling and falling. She lacked any means of protection and needed to get away quickly.
A thunderclap, loud and scary like her irate husband’s roars, made her stiffen. In fear and despair, she flung open the door, grabbed the handrail, and descended the stairs while trying to fight back the groans of anguish she was experiencing with each step. She recognized the confined, abandoned alley with uneven stones and water puddles as the location of Jakub’s studio.
Suddenly a hard shove in her back caused her to collapse. Her head hit the ground violently. While calling upon Jakub, she felt blood running down her face and flowing onto the floor. Then nothing.
Jakub awoke abruptly. For a brief moment, he was unaware of the location and the time, but then visions of Jeanine, dead in the alley, began to form in his head. Slowly, he moved his attention to the easel, where he had left the nearly finished painting. At first, to his horror, he saw only a blank canvas. When his heartbeat calmed and his eyes were no longer engulfed in nightmarish imagery, he saw the red and white brushstrokes that captured Jeanine’s fear: with just a few minor elements still to be added, the painting would be complete. He would call it – Escape from the Future –
He gasped as he heard a gentle knock. Jeanine stood at the doorway in her coat, hat, and purse.
“I’m all set. My friend will drive me to a secure location. I’m frightened by your portrait because, without your assistance, Jakub, that is exactly where and how I’d be.”
Saturday, February 4, 2023
Thursday, January 12, 2023
Aperture
Sunday, January 8, 2023
Sunday, January 1, 2023
Wednesday, December 21, 2022
A VOLTE
you wait for a ring of light
in the cold December sky
you wait
for a voice to give sound
of words and cries
to the mouth stiffened by pain
you wait
to find yourself
at the next corner of life
illuminated by flickering stars
Friday, December 9, 2022
image vecteezy.com
Resta Immobile e guarda -
Friday, December 2, 2022
Jeanine aprì gli occhi e si guardò intorno, con fatica perché il minimo gesto le causava dolori insopportabili come le sue ossa fossero frantumate. Un odore acre le pungeva le narici facendola lacrimare.
Doveva muoversi, uscire da quella stanza cupa, con una sola finestra; il gocciolare lento ma insistente lungo le pareti scrostate la fece rabbrividire. Le vesti umide le riempirono le narici di un odore che conosceva, il profumo di aghi di pino, ma lei non era in un bosco, era in una stanza tappezzata di dipinti.
Poi un ricordo s’insinuò tra le fitte di dolore. Si era rivolta all’amico Jakub; aveva bisogno di denaro per scappare lontano dal marito che, giorno dopo giorno, la puniva con pugni e calci. Non poteva più restare, l’intensificarsi della violenza era presagio di morte.
Jakub era disposto ad aiutarla; le avrebbe dato i soldi per fuggire, doveva solo posare per un quadro.
Dove sei amico mio? Perché mi hai lasciata sola? Cercò di alzarsi. Con movimenti cauti e stringendo denti e volontà, si mise in ginocchio e lentamente in piedi. Cercò le scarpe, ma non riuscì a vederle in alcun angolo. Il cuore pulsava in gola; doveva uscire prima che il terrore la paralizzasse. Non aveva niente per coprirsi, ma l’urgenza era fuggire. Un rumore di tuono la fermò come accadeva con i boati del marito infuriato. Doveva andarsene, subito.
Spalancò la porta e, tenendosi al corrimano, scese le scale trattenendo i gemiti di dolore che ogni passo le causava.
Riconobbe la viuzza dove c’era lo studio di Jakub, un vicolo stretto e deserto con pietre sconnesse e pozze d’acqua. Sentì una forte spinta alla schiena, inciampò e cadde sbattendo la testa con violenza. Invocò Jakub. Sentì il sangue scorrerle lungo viso e gocciolare sul selciato, poi il nulla.
Jakub si svegliò di soprassalto. Per qualche secondo non riconobbe il posto e il momento, poi gli tornarono alla mente le immagini di Jeanine, morta, nel vicolo. Con lentezza volse lo sguardo verso il cavalletto dove aveva lasciato la tela quasi completata. Dapprima, con orrore, vide solo una tela bianca; quando i battiti del cuore rallentarono e gli occhi si liberarono dalle visioni dell’incubo, la vide, la sua modella, mancavano pochi dettagli e il lavoro sarebbe stato perfetto. Lo avrebbe chiamato –Fuga dal Futuro –
Un lieve bussare gli causò un sussulto. Sulla soglia c’era Jeanine in cappotto, cappello e borsa.
“Sono pronta. Un’amica mi porterà in un posto sicuro. Il quadro è così realistico che m’incute terrore, perché è così che finirei senza il tuo aiuto, Jakub.”
Wednesday, November 30, 2022
Sono Italoargentina
1925 Genova
Ottobre, un vento gelido che strappa le ultime
foglie dagli alberi e alza il mare in onde che s’infrangono conto l’imponente
mole della nave nel porto di Genova; ci porterà in Argentina, a Buenos Aires, dove
mio fratello Toni vive con la famiglia ed è diventato imprenditore edile. Mio
marito Ernesto lavorerà con lui, io continuerò il mio lavoro di sarta e
ricamatrice. Tempi duri in Italia, tanta disoccupazione e nessun futuro per
noi. Mio fratello Toni ci ha convinti. Ci sono centinaia di persone come noi,
con una valigia di cartone, la disperazione in tasca e la speranza legata a un
filo. Vengono da tutte le parti del paese, tanti veneti come Ernesto e me,
facilmente riconoscibili dal dialetto e le mani indurite dai calli.
Partire è come staccare un pezzo di cuore e i sorrisi forzati mal riescono a
mascherare il dolore del distacco.
1985 Buenos Aires
Mi guardo intorno. Guardare è un eufemismo considerato
che sono quasi completamente cieca; vedo sagome e colori sbiaditi, il che mi ha
permesso di muovermi per la casa senza rischiare cadute e altri problemi. Ho
dovuto decidere di lasciare questa terra che amo perché a ottantaquattro anni e
questa infermità devo contare sugli altri. Sono tutti così premurosi: mi fanno
la spesa, mi accompagnano quando devo andare in qualche ufficio per fare tutte
le pratiche di espatrio e il trasferimento della pensione. Tornerò in Italia
dopo sessant’anni, come emigrare ancora una volta, vivrò nel mio paese che ora
è una cittadina prospera vicina a Treviso, con mia sorella Alba della quale ho
un vago ricordo. Mio fratello Nani è arrivato due settimane fa e adesso è tutto
pronto per la nostra partenza. Ho poco bagaglio e un grosso album di
fotografie. La comunità italiana qui ha accolto mio fratello come un membro
della grande famiglia, per questo sento un nodo in gola, sto per lasciare
persone che mi hanno accolta quale zia, amica, sorella Mi mancheranno tutti.
Viaggeremo in aereo, è la prima volta per me.
Ho tutto il tempo per pensare a come e perché sono arrivata qua, nella mia
seconda patria.
Toni aveva organizzato tutto, lavoro e casa.
Avremmo abitato in un mini appartamento adiacente al suo in una dei tanti rioni
italiani. Era vicino alla La Boca. Che meraviglia vedere quel quartiere con le
case colorate fatte di latta e di legno. C’erano tanti genovesi là; ho imparato
presto che non era importante da quale regione provenissimo, eravamo tutti
italiani. Era come sbarcare in un’Italia in miniatura. Con il passare degli
anni ho scoperto quanto siamo amati e rispettati. L'Argentina aveva bisogno di
noi, di mano d’opera e cervelli.
Così, giungere in una terra lontana, senza gli affetti è stato meno traumatico
di quel che temevo grazie ai miei compatrioti.
Nani è di ritorno, dice che è tutto pronto. Voleva
chiamare un taxi, ma i miei nipoti, figli di mio fratello Toni, vogliono
accompagnarci con la loro auto.
̶ Maria, hai preso tutte le tue cose?
Vuoi che ti aiuti a controllare l’elenco di ciò che vuoi portare con te?
̶ Sessant’anni di vita in due valigie,
Nani, e un bagaglio di ricordi molto più cospicuo.
̶ Porto giù le valigie. Aspetto i nostri
nipoti e poi risalgo a prenderti.
La mia mente rincorre i ricordi, come a voler capire la circolarità della mia
vita. I primi anni furono faticosi e intensi. Ernesto cominciò subito a
lavorare; io cucivo e ricamavo per le famiglie nei dintorni. Volevo imparare lo
spagnolo e così m’iscrissi a un corso serale. Parlare non era difficile, tante
parole sono simili al nostro dialetto, ma la grammatica è difficile ed io avevo
frequentato solo le elementari.
Il dolore del distacco era sempre presente. Avevo lasciato i miei genitori, tre
fratelli e tre sorelle, con poca speranza di rivederli. Mi mancavano tutti, ricordavo
con nostalgia struggente le cene frugali ma sempre gioiose. Per fortuna a
Buenos Aires c’era mio fratello Toni e, con il passare dei mesi e degli anni,
si formò una grande famiglia. La domenica ci si trovava in tanti in chiesa e si
creavano nuove amicizie e collaborazioni.
Io smisi di andare in chiesa negli anni quaranta. Non ci credevo più alla
preghiera e alla speranza. Dopo otto anni dal mio arrivo e una vita quasi
felice, Toni cadde da un’impalcatura e mori. L’impresa dovette chiudere; mio marito
Ernesto cominciò a bere, diventò la sua occupazione principale finché fu
trovato morto per la strada. Ero sola e senza un lavoro fissa. Con i pochi
soldi che avevo messo da parte e l’aiuto di Mimina, la vedova di Toni, m’iscrissi
a una scuola per infermiere e fu una sfida perché prima dovetti conseguire il
diploma delle medie. Ci riuscii. Assistevo i malati, mi chiamavano anche
dall’ospedale e il lavoro mi piaceva, potevo aiutare gli altri e vivere con
quello che guadagnavo.
Nani è qui. Tempo di staccarsi da tutto e tutti. In auto non riesco a parlare,
il nodo in gola non me lo permette e non voglio piangere. Mi trovo dentro
l’aereo che a me sembra un’astronave. Nani mi parla dell’Italia, di come si
viva bene adesso; mi descrive la sua famiglia: cinque figli non sono pochi ma
tutti sistemati.
Ascolto e poi mi assopisco. Quando mi sveglio, tengo gli occhi chiusi. Nani sta
guardando il film che proiettano. Io sento la necessità ripercorrere il film
della mia vita.
Ci sono stati tempi difficili in Argentina: colpi di stato, dittature e i
desaparecidos.
Non ricordo quanti governi si sono susseguiti con disastrose conseguenze sociali
ed economiche; per questo ringrazierò sempre Peron e la grande Evita. Le
riforme sociali che hanno introdotto, quello che hanno fatto per i lavoratori è
stato grande. Grazie a loro milioni di lavoratori, io compresa, hanno avuto la
pensione. I desaparecidos. Che tragedia
e orrore! Se ne palava in segreto, con tanta paura. Poi un giorno anche il
figlio della mia vicina Anna sparì. La polizia segreta indagava, interrogava
tutti nel nostro quartiere alla caccia di altri dissidenti. Manuele, studente
di legge, partecipava a tutte le dimostrazioni e un giorno sparì nel nulla con
tanti altri giovani. Alla paura seguì la reazione. Le Madri di Plaza de Mayo,
con un coraggio incredibile, iniziarono a protestare, a chiedere spiegazioni e,
soprattutto, a reclamare il ritorno dei loro figli. Anna era una delle madri
con il fazzoletto bianco in testa, voleva il suo Manuele. Non so quanti
dissidenti siano spariti, dicono decine di migliaia, tra questi anche Manuele,
sparito per sempre.
A volte penso che la paura e l’incertezza siano state la colonna sonora in vari
periodi della mia vita. Ricordo quando appresi che l’Italia era entrata in
guerra e che i miei fratelli Nani e Ice erano partiti. In quel periodo le
lettere arrivavano a intervalli di mesi. Nani scriveva quando poteva e l’attesa
di notizie mi logorava. La mia famiglia si stava sgretolando, avevo perso il
papà, una sorella e un fratello e loro due erano in mezzo a una guerra
sanguinosa. Ero felice che l’Argentina fosse neutrale e angosciata per l’Italia
e l’Europa. Che periodo di atrocità e distruzione!
E nel dopoguerra: tutto da ricominciare, ricostruire. L’unica cosa positiva fu
che i miei due fratelli tornarono a casa, anche se Ice fu prigioniero degli
inglesi, in India, per due anni.
L’hostess si avvicina e chiede se desidero una
bevanda. Non voglio nulla. Preferisco continuare il mio viaggio mentale. Nani
mi guarda con affetto, mi chiede se sono contenta di questo ritorno, se avessi
mai considerato questa possibilità prima.
Spiego che quando compii sessant’anni e ottenni la mia pensione, ci pensai
seriamente. Se tornavo, volevo essere autosufficiente. Poi è successo qualcosa d’incredibile:
mi sono risposata.
̶ De Avellino è il tuo secondo cognome.
Nelle tue lettere non hai mai spiegato cosa e com’è avvenuto.
̶ Beh, anche se ero in pensione, continuavo
la mia professione d’infermiera con i privati. E fu così che cominciai ad
assistere la moglie del Capitano dell’Esercito José De Avellino. Per due anni
mi recai da loro ogni giorno e qualche volta, se necessario, passavo la notte
al capezzale della signora. Il capitano ed io parlavamo molto; lui mi era grato
per ciò che facevo. Dopo la morte della signora, non vidi il capitano per
parecchi mesi. Un giorno venne a trovarmi e m’invitò a cena. Fu l’inizio di una
relazione tranquilla. No, non era amore ma rispetto e affezione. Lui aveva sessantasette
anni, in pensione, io sessantadue. Ci siamo sposati civilmente e abbiamo
vissuto dieci mesi un’esistenza serena e affettuosa. Solo dieci mesi e poi un
infarto me lo portò via.
̶ Questo lo ricordo. Non si può dire che
tu abbia avuto una vita facile, ma hai sempre reagito con una forza d’animo
incredibile, Maria.
Sorrido e ripenso alla mia vita come un susseguirsi
di cadute e il risollevarsi sempre più arduo.
Mi trasferii in un mini appartamento vicino a mia cognata. Per le pratiche di
successione, un avvocato italiano mi aiutò, ma la scoperta spiacevole fu che,
secondo la legge argentina, avevi diritto alla pensione del marito solo dopo un
anno dal matrimonio.
Far parte della comunità italiana mi ha aiutata moltissimo, non solo per le pratiche
burocratiche ma per l’affetto e la vicinanza dimostratemi in tutti questi
lunghi anni. Da sola non sarei riuscita a superare l’angoscia per il futuro. Ho
un forte legame con mia cognata, e con i suoi figli che ora sono cadetti e,
intorno a loro, tante persone, una grande famiglia.
Certo ancora accarezzavo l’idea di tornare in Italia, il desiderio
di rivedere i miei fratelli e sorelle. Rimase un desiderio fino alla caduta
dalla scala, appendendo le tende. Ho continuamente bisogno di aiuto e l’ho
avuto, ma non è giusto; sono vecchia e malandata e mi detesto quando devo
chiedere senza poter dare nulla in cambio.
In Italia vivrò con mia sorella, avrò intorno i miei due fratelli e tanti
nipoti; la mia pensione sarà sufficiente per le poche necessità che ho. È la
scelta giusta, ma il mio cuore è spaccato dalla nostalgia.
Nani mi ha chiesto se mi sento più italiana o argentina.
Sono italoargentina. Amo questi due paesi. A Buenos Aires ho trovato la mia piccola
Italia e gli italiani là sono più apprezzati che in patria. Se è giunta la mia
ora, tuttavia, voglio giacere accanto ai miei genitori; sento le lacrime scorrermi
lungo le guance.
̶ Stai Bene, Maria? – chiede Nani,
preoccupato.
̶ Bien mas o meno, ̶ rispondo.
Ci scambiamo un sorriso








